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9 Febbraio 2022

Le Langhe di Flavio Roddolo

Ogni volta che guardo un film western penso che da un momento all’altro potrebbe apparire sullo schermo Sam Elliot nel ruolo di qualche cowboy o mandriano, riconoscibilissimo soprattutto per il baffo folto, la maggior parte di voi lo ricorderà nella parte dello “Straniero” nella pellicola cult dei fratelli Cohen Il Grande Lebowski dove interpetava il narratore della storia.

Questa estate nel mio peregrinare in terra Langarola ho avuto la fortuna e il piacere di andare a trovare Flavio Roddolo nella sua cascina Bricco Appiani nei pressi di Monforte d’Alba e per tutto il tempo della visita non sono riuscito a togliermi dalla testa l’incredibile somiglianza con l’attore americano.

Naturalmente arrivo puntualissimo all’appuntamento e intravedo una sagoma appoggiata sull’uscio della porta. Dopo essersi ricordato della nostra telefonata del giorno prima, Roddolo mi chiede se voglio iniziare la visita passeggiando per le vigne oppure scendere giù nella cantina scavata nel tufo. Scelgo di iniziare all’aria aperta.

Attraversiamo la piccola zona dedicata all’imbottigliamento e una volta aperta la porta, l’occhio cade sulle colline vitate che guardano Dogliani e Serralunga. Il panorama è da cartolina, la mano dell’uomo tangibile, le viti piantate sulle dolci colline che si abbracciano l’una con l’altra sono le tessere di un mosaico paesaggistico chiaramente identificabile.

Il Signor Roddolo è un diesel, passeggiamo lentamente tra i filari sotto il sole caldo di agosto. Mi spiega che oggi le cose sono cambiate, è diventato tutto più complicato. Il verderame che usa per proteggere le viti non è più efficace come una volta.

Prima si usava per curare le zampe stressate del cavallo e dopo una notte di impacchi l’animale guariva, adesso a malapena riesce a prevenire le infezioni fungine. Purtroppo è inutile in caso di flavescenza dorata, una malattia causata da un fitoplasma (un parassita delle piante) trasmesso da una cicalina di origine nord americana che penetra nel sistema linfatico della vite portando all’occlusione dei vasi, causando il disseccamento della pianta e di conseguenza le foglie tendono a colorarsi di rosso. Qualche pianta di barbera ha sviluppato i sintomi e l’unico rimedio attuabile è estirpare quelle infette.

I filari sono piantati su terreni scoscesi di matrice argilloso calcarea ideali per coltivare le varietà tipiche del territorio quali dolcetto, barbera e nebbiolo. Alcune piante di dolcetto sono molto vecchie e superano i 60 anni. E poi c’è un piccolo vigneto situato dietro la cantina piantato a cabernet sauvignon dal quale si produce il Bricco Appiani.

Roddolo mi racconta che agli inizi degli anni novanta i ragazzi di Slow Food capitanati da Carlo Petrini durante una visita, quasi per gioco, gli chiesero se un terroir del genere fosse stato capace di valorizzare una varietà internazionale e anni dopo nel 1996 Flavio Roddolo vendemmia la prima annata di Bricco Appiani, il resto è storia.

Il caldo inizia a farsi sentire e quindi scendiamo nella cantina che Roddolo ha costruito con le sue mani. Botti grande, barrique stra-usate e bottiglie impilate che aspettano lo scorrere del tempo e il momento giusto per farsi strada nel mondo. Bisogna avere pazienza e aspettare, i vini usciranno dalla cantina solamente quando saranno pronti, non c’è una regola scritta, si va dai quattro anni per il dolcetto, circa sette per la barbera agli otto per il nebbiolo.

Per capire l’importanza del tempo Roddolo mi racconta che recentemente un importatore con base a Hong Kong ha insistito per acquistare delle bottiglie ma al momento non può spedirgliele semplicemente perché non è il momento giusto, i liquidi hanno bisogno di un ulteriore periodo in bottiglia per trovare la loro dimensione, adesso non sono pronti.

Risaliamo nella piccola sala degustazione e finalmente ci sediamo intorno a un tavolo di legno dove sono tappate le bottiglie da assaggiare.

Dolcetto d’Alba 2016
Bevibilità pazzesca, terroso e speziato. La frutta rossa che si percepisce al naso abbraccia un tannino vivo e fitto. La componente alcolica dona struttura a un vitigno a cui Roddolo è particolarmente legato.
Dolcetto D’Alba Superiore 2016
Selezione dei grappoli dalle vigne vecchie e un anno in più di affinamento. In questo caso a dispetto del vino precedente emerge una nota di eucalipto e una maggiore complessità. Bisogna concederli altro tempo nel bicchiere per accorgersi che ha una marcia in più. Tanto severo e austero alla prima olfazione quanto avvolgente e polposo in bocca.
Barbera d’Alba Superiore 2011
Roddolo dice che non la beve più da qualche anno perché troppo acida, io invece ho una predisposizione favorevole nei confronti di un vitigno che adoro per la sua vocazione gastronomica. Barbera monumentale, di carattere, che profuma di noce moscata, pepe nero e cassis. Il sorso rivela piacevoli sensazioni salmastre chiudendo con un tannino lieve in sottofondo.
Nebbiolo d’Alba 2012
Un Nebbiolo che baroleggia. Parte piano per poi insinuarsi in luoghi inaspettati della mia anima. Il legame con il luogo è indissolubile, ha un’aderenza espressiva tale che anche un bevitore distratto avrebbe la consapevolezza di trovarsi di fronte a un signor Nebbiolo. Petali di rosa appassiti, pellame, tabacco biondo e un frutto ancora vivace. Sorso coinvolgente che trasmette una sensazione di conforto.
Bricco Appiani Langhe Rosso 2009
Il varietale si sente eccome, peperone arrostito, grafite, marmellata di more e spezie orientali. Liquido in perfetto equilibrio tra eleganza e sostanza, sorso appagante e quel tannino asciutto delle Langhe che in questo caso marchia a fuoco un interessante interpretazione del cabernet in terra piemontese. Alla domanda di perché piantare proprio questo vitigno la risposta è stata secca e concisa “Perché esce bene”.
Barolo Ravera 2012
Vino vibrante, vigoroso, deflagra nel bicchiere sprigionando sentori di liquirizia, cannella, corteccia umida, note ematiche e balsamiche. Tannino fitto, preciso e chiusura amaricante che ricorda il nocciolo della pesca.

Nel tardo pomeriggio ritorno in hotel con un cartone di vino sotto il braccio e sento bisbigliare dietro di me. Un ospite curioso mi domanda: –Scusa sei stato da Roddolo? Ma come hai fatto? Sorrido, mi giro e rispondo laconicamente: “Ho telefonato e gli ho chiesto se potevo passare a trovarlo” e mi ha detto culo… ma questo l’ho solo pensato.


Foto di Natallia Lazouskaya