FacebookTwitterIstagram
8 Febbraio 2022

La donna solo con la gonna: l’assurda regola della FIS

Ci sono almeno due aspetti che mi hanno colpito nell’incredibile vicenda di questi giorni legata all’irragionevole obbligo di indossare la gonna per le donne che si occupano del servizio per la Fondazione Italiana Sommelier.

Di cosa parliamo, intanto: tutto è iniziato, almeno a livello mediatico, quando sabato Laura Donadoni ha rilanciato sul suo profilo Instagram le storie di Nicole, aspirante sommelier americana che vive nelle Marche che, credo senza spirito polemico, si è limitata a chiedere a un suo referente perché: perché nel 2022 una divisa femminile prevede la sola opzione della gonna?

Tutto poteva finire immediatamente o quasi, il responsabile poteva dirle che avrebbe inoltrato la sua richiesta a Roma e che le avrebbe fatto sapere. Invece no, «ask yourself», pensaci tu a scrivere alla sede centrale se qualcosa non ti sta bene. Così è stato e sorvolando sull’imbarazzante inglese preso a piene mani da Google Translate questo è quello che si è sentita rispondere: «if you don’t want to wear a skirt, the solution is simple, to remedy this problem you can always decide to leave the Foundation’s services group!». Se non ti sta bene sei libera di andartene, queste non sono cose che possono essere messe in discussione. Tutte le email tra Nicole e la segreteria della FIS sono qui, sul suo profilo, sempre su Instagram.

Ecco dove mi è parso di trovare il primo dei due cortocircuiti: se da una parte sappiamo bene quanto la FIS non sia esattamente la più 2.0 delle organizzazioni dall’altra sarebbe bastato un veloce giro di telefonate per cambiare un regolamento che ha dell’incredibile. Sono ormai anni che questa istanza è stata accettata dalla stragrande maggioranza delle società che impongono alle loro dipendenti o rappresentanti una divisa: i pantaloni possono essere altrettanto distintivi (ed eleganti, ovviamente, ma non è certo l’eleganza il topic della questione) e quindi possono essere una naturale alternativa alla gonna.

Invece no, da ben tre giorni la storia continua a rimbalzare non solo tra i social ma anche sui quotidiani (qui La Repubblica, pezzo di Lara Loreti) dando un’immagine non solo della FIS ma anche del vino italiano francamente imbarazzante: un luogo tutt’altro che inclusivo, in cui sollecitazioni che hanno del sacrosanto non vengono nemmeno prese in considerazione come fossimo in un anno cinquanta qualsiasi.

Il secondo è invece di carattere culturale: possibile ci sia voluta una storia su Instagram di una ragazza statunitense per accorgersi di quanto fosse assurda questa regola, in vigore da anni? Colpisce quanto, almeno pubblicamente e in tutto questo tempo, nessuna sommelier italiana della FIS abbia mai posto un problema che come sempre non cambierà le vite delle persone ma alcune traiettorie di questa “industria” magari sì.

The devil is in the details, grazie Nicole per aver attirato l’attenzione su questo specifico aspetto.