FacebookTwitterIstagram
8 Febbraio 2022 admin

Conversazione altamente proficua tra analcolici

12 anni fa la conversazione stava tutta nei commenti a un post, oggi si disperde ovunque. La riflessione sulla mia attuale socialità senza alcol mi ha suggerito pensieri troppo interessanti per non essere condivisi.

Che a occuparsene sia un sito sul vino fa sorridere ma credo sia il dark side di un settore come questo in cui speso l’abuso è celato da un velo socio-culturale cui si concede tutto.

Una volta, in pubblico, un noto produttore disquisì della differenza tra la qualità dell’alcol nel vino e quella in certi distillati dozzinali, raccogliendo applausi: una cazzata allucinante. E non stiamo nemmeno ad aprire il capitolo sulle tante similarità – nel consumo di certo – tra gli effetti psicotropi di alcol e droghe leggere sennò non ne usciamo.

Ordunque, cosa ho imparato in questo stato di socialità analcolica?

Anzitutto, come premessa faccio mio lo stato d’animo wallaciano di Stefano Ricci, nerd della birra con pochi eguali che non disdegna il vino e che ragiona anche di astinenza, pensando ai suoi passati 4 mesi di astemìa forzata:

Una esperienza bellissima che non ripeterei. Vita sociale azzerata o quasi se normalmente ruota attorno a cibo e bevande. Ma fisicamente e mentalmente si sta benissimo, è una rinascita. Come mi disse un amico a cui capitò analoga esperienza, hai un tono dell’umore molto più alto e un benessere fisico elevato (e dimagrisci).”

Nella vita senza alcol non cambia solo il girovita ma la socialità per intero, that’s a fact. Che sia il venerdì di stappo compulsivo, l’aperitivo con amiche, il tavolo in discoteca, la birra dopo il lavoro o la boccia di vino a cena, cambia molto più di quanto pensassi. Un dramma? Probabilmente no ma ci arriviamo.

In assenza di alcol, carica e benessere sono fuori discussione, a parte la normale fatica iniziale. Anche il pensiero di non poterne fare a meno inizia ad avere vita dura. Che sia un gran casino per la socialità contemporanea, praticamente concentrata la sera dopo il lavoro, è fuori discussione. Ma esserne consapevoli aiuta nella scelta delle eccezioni e, soprattutto, svincola dal pensiero nefasto di una triste astinente asocialità.

Mi accingo a rileggere un libro per smettere di fumare dal titolo azzeccato e dal contenuto illuminante – “È facile smettere di fumare se sai come farlo” – perché gli strumenti per uscire dalla prigionia del tabagismo (mea culpa) muovono da un assunto ineccepibile: non smetterai mai di fumare perché ti dicono che fa male, che puzza e che costa: lo sai già. Smetterai quando capisci che la vita senza fumo è migliore di una vita da fumatore. Non qualcosa di meno ma qualcosa di più, una vita più libera, sana, economica e profumata, e dei quattro aspetti quello realmente vincente è la libertà perché poi i modi per sminchiare soldi e salute si trovano facilmente pure senza sigarette.

Detto questo, fumare fa schifo (non apriamo qui il capitolo delle ragioni storiche, economiche e psicofisiche che ci stanno a monte sennò ci perdiamo) mentre bere vino, birra, distillati e qualsiasi altra diavoleria alcolica è bellissimo sia perché ci sono profumi, gusti e sapori unici sia perché c’è l’alcol.

Non sarò io a scrivere “È facile bere cose buonissime con moderazione se sai come farlo” ma qualche spunto mi viene spontaneo. L’alcol è una sostanza psicotropa e come tale qualche problema se lo porta dietro indipendentemente dal tuo stato. Bevendo alcool ci si illude per l’euforia che può portare nel momento (e manco sempre, specie se sei un abitudinario) ma se uno considera il 100% del proprio tempo, compreso il sonno, c’è un deterioramento della qualità e del tono dell’umore di cui il bevitore abituale (non necessariamente alcolizzato) si rende conto solo azzerando il consumo per un certo tempo.

Che dietro a quello euforizzante (che mi piace, non lo nego) ci sia un effetto deprimente è un risvolto della medaglia che non avevo mai realmente messo a fuoco. Bere “per tirarsi sù” è un errore che va oltre le motivazioni più banali della dipendenza, perché la realtà è che l’alcol tira giù, con un andamento dell’umore che può ricordare quello derivante da assunzione di altre sostanze, dove ad un picco segue un brusco crollo.

Certo, se poi la vita sociale gira attorno al bere, se diventa quasi inconcepibile escludendo aperitivi, pranzi e cene tra amici, qualche problema forse ce lo avevamo già prima. Ma temo, onestamente, che la questione riguardi molte più persone che non i soli nerd di vino e affini.

Non c’è però una conclusione in questa riflessione a voce alta o forse sì: in questo ormai 17esimo giorno analcolico sto maturando una consapevolezza mentre mi sale una curiosità. La curiosità è quando stapperò la prossima bottiglia (un Chianti Classico, quasi certamente) mentre la consapevolezza è che vorrei bermela, quella e le successive, con un atteggiamento diverso, più consapevole e più maturo nel godere del vizio cercando di perimetrarlo.

Ci riuscirò? Ahhhh, boh. Però questo Nobel per la pace me lo merito sempre di più.
[Ringrazio Stefano e Nicole, i cui spunti ho scopiazzato a piene mani]