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8 Febbraio 2022 admin

Attendi o stappi? Un Riesling con la R maiuscola

Che fai, attendi o stappi?

Non so se capita anche a voi, ma ogni tanto quando riesco a mettere le mani su un grande vino, invece di prendere e gustarmelo alla prima occasione utile, ci penso e ripenso, prendo tempo e poi succede che me lo dimentico in cantina.

Forse è una sorta di sindrome dell’ “accumulatore seriale”, che immagino abbiamo in tanti, da cui però mi sto via via disintossicando: un po’ perché questa fottuta pandemia dopo due anni ci costringe a bere ancora troppo spesso in assolo, quindi appena possibile sparati qualche cartuccia buona che di questi tempi non si sa mai; un po’ perché a quarant’anni ormai la gente con cui hai il piacere di condividere una bottiglia va e viene nella tua vita come autobus al capolinea, e se li perdi te ne dispiace un pochino certo, ma pazienza, vorrà dire che prenderò il prossimo o vado a piedi da solo.

Al di là del lato economico della questione, effettivamente quante volte avete “sotterrato” un vino in gattabùia con chissà quale speranza di maggior godimento in futuro? Certo che il detto “gallina vecchia fa buon brodo” nel caso di grandi vini solitamente ci calza a pennello, ma anche se le ultime annate ci consentono ormai il carpe diem pure su vini solitamente burrascosi in gioventù, non è che ognuno dà il meglio di se fin da subito, alcuni infatti ne hanno comunque bisogno. Però neanche possiamo aspettarli tutti quanti.

Ormai non cerco più l’occasione, la compagnia che ne capirebbe particolarità e/o lignaggio, il giusto abbinamento, perfino all’orario non faccio più caso (ma evito di farci colazione ovviamente). Niente più seghe mentali quindi, insomma sembro guarito. Unico requisito minimo richiesto è il tempo a disposizione, ma quello è un altro discorso.

Eppure le ricadute capitano.
Neanche a farlo apposta qualche giorno fa mio fratello è venuto a trovarmi dalla Svizzera, portando con sé alcune bottiglie, che vista la sua vicinanza con l’Alsazia gli avevo chiesto di prendermi. Roba buona, oserei dire d’élite, di cui mi innamorai in alcuni assaggi fatti a giugno scorso, ma che una volta ordinata attendevo con trepidazione da tre mesi ormai.

Mi ha portato le bottiglie a casa con la scusa di una pizza insieme, ed io dopo averle scartate e contemplate per bene mi decidevo sul da bersi prima di scendere in cantina e mettere le restanti a riposo. Ma mentre riassemblo il cartone quasi in trance farnetico “sono troppo giovani, giovanissime, issimissime, vanno attese, le aprirò, ma non adesso, non le voglio sperperare per una pizza…“. Una serie di pensieri un filino taccagno-morbosi, forse strascichi della suddetta sindrome, che lo ammetto, ogni tanto bussa ancora alla mia porta.

E risento di nuovo quella vocina nella testa…
Attendere o stappare?
Attendere o stappare? Ao’ attendi o stappi?
Sempre più addosso, più acuta, insistente. Chi ti guarda e non lo sa penserebbe “ma come sta’ questo?”

Per fortuna solo pochi secondi di “follia” e torno lucido.
E così, quasi per redimermi decido di stapparne una, quella più importante e che aspettavo con maggior attesa. Si esatto: con la pizza, neanche il peggiore degli accostamenti infatti, ma per la voglia matta che avevo ci stavano bene pure i cioccolatini al rum, e al diavolo i tanti dogmi sull’abbinamento da manuale del sommelier.

Riesling Grand Cru Eichberg “R DE BEYER” 2015
Un vino rare come recita l’etichetta, dedicato a Leon Beyer, fondatore della storica cantina (peraltro una delle più antiche d’Alsazia). Prodotto in quantità abbastanza limitate (solitamente dalle 2000 alle 6000 bottiglie) e rilasciato poi sul mercato a circa sei o sette anni dalla vendemmia.

Un riesling ottenuto da una vigna, quella di Eichberg, decisamente vocata per vini da lungo invecchiamento anche se piuttosto grande (57 ha), sita ad Eguisheim in zona Haut-Rin. Conglomerati calcarei e marne dell’Oligocene formano la principale composizione del suolo, con alternanza sparsa di pietre, ghiaia, arenaria scura, silice e argilla. Vinificato interamente in acciaio e poi lasciato a farsi le ossa in grandi botti centenarie.

Dopo averlo assaggiato (e averne scritto) l’estate scorsa avevo cercato in ogni modo di procurarmelo, contattando il distributore e cercando negli store online, ma senza avere successo.

Veste cristallina e d’oro zecchino, nelle narici soffia roccia, aneto e mentuccia, nel sorso frutta, poi miele e punte di zenzero, voluttà e sale intonati da un’acidità finissima, a corollario di un assaggio anche stavolta impeccabile. La guardo nel calice, la riguardo, la accarezzo e risorseggio, come se ci facessi l’ammore lentamente, per poi alla fine rovesciarla controllando se vi fossero gocce nascoste sfuggite al mio bicchiere, come un ubriacone incallito. Ma era finita.

Ne è valsa la pena? Certo, ne vale sempre la pena. Specialmente poi se ne hai un’altra uguale in cantina (sorrisetto da cretino :D), che stavolta però dovrò attendere un po’… Ricominci?